SPORT FOR PEACE racconti anti-razzismo

Un grande complimento ad Asia, Lisa, Ellys e Nicolò per aver partecipato con successo al concorso cantonale indetto da Sport for Peace per  racconti anti-razzismo.

Un ringraziamento anche al docente Pordenone per aver elaborato i testi durante i laboratori di scrittura delle classi 4A e 4D.

Di seguito alcuni momenti della cerimonia e i testi premiati.

Il diario di un pentito

 

 

Venerdì 22 maggio

Caro diario,

 

Oggi il nostro docente di classe ci ha parlato della giornata sportiva che si terrà lunedì 8 giugno. Ci ha detto che entro settimana prossima dobbiamo formare una squadra di calcio e una di pallavolo. Airton, un ragazzo solitario, i cui genitori vengono dall’America latina, si è subito proposto come portiere della squadra di calcio. Nessuno ha detto niente, ma so che in fondo a molta gente non va giù che lui prenda un ruolo così importante.

 

 

Lunedì 25 maggio

Caro diario,

 

Oggi, mentre stavo attraversando il corridoio della scuola, ho incontrato Giacomo, un «amico» di marachelle. Mi ha dato un biglietto, nel quale si leggeva:

 

«Questo pomeriggio alle 16:00 ci troviamo

nel parco davanti a scuola per discutere di

una cosa molto importante. Ci devi essere.»

 

La scrittura non era molto chiara, ma alla fine sono riuscito a decifrare il messaggio e mi sono recato nel parco alle 16:00 precise. Arrivato sul luogo, ho subito visto Giacomo venirmi incontro con aria arrogante e dirmi di ascoltarlo bene. Impaurito, ho annuito. Lui si è detto arrabbiato di rischiare di non essere il portiere della squadra di calcio. Quando ha finito di parlare, ho fatto un sorriso gentile e mi sono girato per andarmene, ma dietro di me c’erano due tipi muscolosi, che non avevo mai visto prima, e che m’impedivano il passaggio. Allora Giacomo, con un ghigno malaugurante, mi ha intimato:

– Airton deve essere espulso dalla squadra! – E si è girato, andando via, accompagnato dai due tipacci.

 

 

Mercoledì 27 maggio

Caro diario,

 

Oggi per la prima volta in tutta la vita mi sono sentito un vero bullo. Dopo la lezione di matematica sono andato al piano di sotto, dove si trovano gli armadietti, e ho atteso Airton davanti al suo. Qualche istante più tardi è sbucato da dietro un angolo con dei libri in mano. Ho cercato di assumere l’aria più scontrosa e arrogante che potessi e quando è arrivato a pochi passi da me, gli ho detto:

– Cerca di cambiare idea sulla squadra di calcio un po’ in fretta, perché qui non sei ben accetto –. Detto questo, ho girato i tacchi e me ne sono andato, proprio come Giacomo ha fatto con me.

Poi, però, ho iniziato a dubitare. Non pensavo che essere integrato nel gruppo significasse fare questo. Io volevo solo essere accettato dagli altri. Adesso, invece, al posto di sentirmi bene, sto malissimo. Mentre Airton cammina per i corridoi con fierezza, nonostante gli sguardi e le occhiatacce, io mi sento un codardo, che si nasconde dietro agli altri per paura di diventare un emarginato, un escluso.

 

 

Lunedì 1 giugno

Caro diario,

 

Oggi sul giornale è apparsa una notizia su alcune rapine realizzate nel corso della scorsa settimana. A scuola girano delle voci che sia stato il padre di Airton. In più mi sono spariti 70 fr.-, che avevo lasciato nell’armadietto per comprarmi i buoni per il pranzo. Questo mi ha fatto mettere sull’attenti. Oggi pomeriggio ho poi notato che Airton ha comprato dei nuovi guanti da calcio. Guarda caso costano proprio 69.90 fr.-. Deve proprio essere stato lui a rubarmi i soldi. Domani dirò tutto al docente di classe.

 

 

 

Mercoledì 3 giugno

Caro diario,

 

Oggi mi sono accorto che cado sempre più a fondo. Fuori sembro spavaldo, allegro, il «figo» della situazione, ma quando sono da solo, non riesco a smettere di pensare a ciò che ho fatto ad Airton. Me ne sono realmente reso conto mentre stavo tornando a casa, passando accanto a un vialetto, da cui provenivano delle voci. Mi sono fermato un attimo per allacciarmi le scarpe e ho iniziato inavvertitamente a origliare i discorsi di quelle misteriose voci.

– Ci è proprio cascato come un pollo –, ha detto uno.

– Già, e finalmente ora il capo potrà avere il suo meritato ruolo nella squadra; quel nero si starà ancora chiedendo cosa è successo –, ha aggiunto un altro.

– Silenzio! Dobbiamo decidere in quale posto nascondere i soldi… –, questa era chiaramente la voce di Giacomo.

 

 

Venerdì 5 giugno

Caro diario,

 

Oggi Airton ha finalmente ottenuto il ruolo tanto desiderato. E questo grazie a me. Infatti, durante la pausa, non sono più riuscito a tenermi tutto dentro. Allora sono salito in aula, dove il docente di classe stava preparando la prossima lezione, gli ho chiesto di potergli parlare e gli ho raccontato l‘accaduto. Mi sono sentito meglio. L’insegnante, sorpreso, ma anche arrabbiato, ha subito convocato Giacomo e, dopo una breve discussione, ha deciso di espellerlo dalla giornata sportiva. 

 

 

Lunedì 8 giugno

Caro diario,

 

Oggi mi sono divertito parecchio con il mio nuovo amico Airton. Giacomo, invece, sembra essersi divertito un po’ meno stando tutto il tempo in panchina a guardare Airton parare con stile i tiri in porta effettuati dalle squadre avversarie.

Asia – 4A

 

Nina e il razzismo che non ti aspetti

 

 

Nina è una ragazza di diciassette anni, bionda e con gli occhi blu. Vive a Giubiasco con sua madre. È molto brava nel freestyle, una sfida cantata tra due persone, per sfogarsi contro il concorrente, facendo più rime possibili, prendendo in giro l’altro. Tutto questo si svolge nel corso di particolari Eventi, che riuniscono tanti giovani. Nina vorrebbe far carriera nel cinema, magari partecipando a un film sul freestyle.

 

Guarda caso, qualche giorno dopo, sua madre le dice che sarebbero andate a Los Angeles, la capitale mondiale del cinema, con la famosa Hollywood, a trovare dei parenti.

– Mamma, non ci credo, proprio a Los Angeles –, dice Nina.

– Sì, cara, ma non fantasticare. Andiamo solo a trovare mia cugina, che abita in un quartiere piuttosto povero, chiamato South-Central –, risponde la madre. Nina non ascolta già più, è corsa a preparare la valigia.

 

Arrivate a destinazione, sono accolte con baci e abbracci. Nina conosce la figlia della cugina di sua madre, Miria, una ragazza nera della sua stessa età. Anche a lei piace il freestyle. Allora nel pomeriggio le giovani ragazze decidono di andare a fare un giro per il quartiere. Magari Nina potrebbe sfidarsi con la gente del posto e mettersi in valore. Appena arrivate in un posto conosciuto per le sfide che vi si organizzano, viene però accolta malamente:

– Sei una bianca, non puoi stare qui –, afferma un ragazzo con un tono deciso.

– Voglio solo cantare con voi, niente d’altro –, risponde Nina in modo tranquillo.

– Tu non puoi svolgere quest’arte. Non è per voi bianchi. Non avete, come noi, dolore dentro. Sei solo una ragazza viziata –, afferma un altro. A questo punto, prima che Nina possa ribattere, Miria la trascina via.

 

Tornate a casa, in silenzio, si mettono a fare merenda e poi si salutano. Dopo un paio d’ore, Miria chiama Nina, emozionatissima. Le dice:

– Ho un’idea, una grande. Mi dovrai lodare! –

– Dai spara, sentiamo – risponde Nina, a dire il vero poco entusiasta.

– Allora, loro non ti accettano per come sei all’esterno. Se noi, però, lavorassimo sul tuo aspetto fisico, potrebbero non riconoscerti più e valorizzarti per quello che sai fare. –

Nina ci pensa qualche minuto e poi dice: – Va bene! Facciamolo… –

 

Allora iniziano ad allenare la camminata, il modo di cantare e di muoversi in scena. Nina migliora a vista d’occhio, canta sempre meglio e si muove in modo sempre più sciolto. Arriva il penultimo giorno prima di un nuovo Evento, molto importante nel quartiere. Le due ragazze dedicano una mattinata intera a fare shopping, cercando qualcosa di molto particolare. Alla fine trovano dei lunghi pantaloni aderenti e una felpa con un gran cappuccio, ideale per coprire il viso. Nel pomeriggio vanno dal parrucchiere. Nina ha deciso di tingersi i capelli di nero. Il suo biondo naturale la tradisce troppo. A questo punto Nina è realmente irriconoscibile. Passano ancora tutta la serata ad allenarsi, prima del grande giorno.

 

Nina si accorge subito di essere una delle poche ragazze, in un Evento piuttosto maschile, con venti concorrenti, uno più agguerrito dell’altro. Quando la chiamano, con il suo nuovo nome d’arte, esita un attimo. Poi si lancia e… si scatena. Il cappuccio le copre perfettamente il volto. A ogni battuta, il pubblico l’acclama, sempre più dalla sua parte. Alla fine della gara, torna dalla cugina, che l’abbraccia e le dice:

– Sei stata brava! Hai classe, cugina. –

 

Arriva il momento della premiazione e Nina si classifica quinta. Quando pronunciano il suo nome d’arte, Nina si scopre la faccia, facendo calare un gran silenzio sui presenti. Qualche istante dopo, però, scoppiano urla e applausi. Tutti corrono ad abbracciarla.

– Hai stoffa, ragazza bianca! Sei dei nostri… –, le dice il ragazzo che una settimana prima le aveva detto di andarsene. E diventano amici.

 

Purtroppo pochi giorni dopo deve rientrare in Ticino, senza neanche essere andata a visitare Hollywood, la patria del cinema americano. Quegli ultimi momenti a South-Central, tra i giovani di quel quartiere difficile, resteranno per sempre impressi nel suo cuore.

Lisa– 4A

 

Un incidente sconvolgente

 

 

Mi chiamo Biko, ho quindici anni e abito in Svizzera. Provengo dal Congo e tutti i miei parenti abitano lì, tranne i miei genitori. Sono scuro di pelle. Non penso sia un problema, ma c’è gente che mi offende, come sta succedendo oggi. Partecipo a un’importante gara del mio sport preferito: i 100 metri di corsa. Sono arrivato secondo su trenta partecipanti. È il mio miglior piazzamento. Mentre salgo sul podio, felicissimo, pronto a ritirare il premio, sento urlare da un mio compagno: «Oh tu! Negro! Scendi da lì, i negri non possono stare sul podio.» E poi iniziano tutti a gridare «Buuuhh!» Sto male, non hanno offeso solo me, ma tutta la mia famiglia.

 

Ritiro il premio e me ne vado in fretta a casa con il mio motorino rosso fuoco. Mentre guido, mi ritornano in mente continuamente le immagini dei miei compagni, che m’insultano. La rabbia sale sempre di più e il motorino prende velocità. Quasi senza accorgermene, entro in una curva a gomito troppo rapidamente. Vedo all’ultimo secondo quella macchina che mi viene incontro, provo a frenare, ma è troppo tardi. Mi prende in pieno. Cado dal motorino e l’auto mi passa sulle gambe.

 

Sento un dolore lancinante. Aspetto impaziente l’arrivo dei soccorsi, che sembrano non giungere mai. Il dolore si fa opprimente. Appena arrivano i primi aiuti, chiedo di poter chiamare i miei genitori e la palestra dove mi alleno, dopo di che svengo. Mi risveglio in una camera d’ospedale e sento mia madre piangere e mio padre che la consola. Si accorgono che mi sono svegliato e vengono ad abbracciarmi. Incomincia subito a piangere anche mio padre. Non capisco cosa stia succedendo, non sento più le gambe: «Dove sono finite? O no… No… non dirmi che… mamma, sono paralizzato? Ho bisogno della sedia a rotelle?» Lei, piangendo, mi dice di sì. Da quel momento in avanti avrei sempre avuto bisogno della carrozzina. Poco dopo, mentre i miei genitori sono andati a prendermi qualcosa da mangiare, mi chiama l’allenatore della squadra di atletica, dicendomi che i miei compagni sono molto dispiaciuti. Mi annuncia che hanno deciso di andare in Congo a trovare i miei famigliari, per rendersi conto di come vivono. Rimango stupito dalla telefonata e lo dico ai miei quando ritornano.

 

I miei compagni vanno veramente nel villaggio della mia famiglia. Una volta arrivati, cercano la capanna dei miei nonni. Quando la trovano, si mettono in fila e, abbassando la testa, si scusano. Loro ascoltano e accettano le scuse, ma gli dicono: «Sapete, i soldi che Biko vinceva nelle gare, li mandava quasi tutti qui da noi. A lui piace gareggiare, ma lo faceva principalmente per noi.» Loro rimangono a bocca aperta, sorpresi da una tale vicinanza nello spirito, mentre sono fisicamente così lontano da loro. Allora capiscono che devono portare rispetto a qualsiasi essere umano, indipendentemente dalla sua origine. E d’ora in avanti decidono che anche loro, ogni mese, manderanno dei soldi alla mia famiglia. Rientrati a casa raccontano tutto ai loro genitori e vengono a trovarmi. Mi chiedono scusa, per tutto.

 

Due anni dopo riesco a vincere una gara per paraplegici. Quando salgo sul podio a ritirare il premio, tutti i miei compagni, venuti apposta a vedermi, mi applaudono felici. Mentre li osservo, felice di essere tornato su un podio, una lacrima di commozione si affaccia sul mio volto.

Ellys – 4D

 

Il «Trio dei Boss»

 

 

Oggi è il primo giorno di scuola e nella nostra classe c’è un nuovo ragazzo di colore. È alto e pezzato, con un aspetto molto curato, indossa vestiti di marca ed emana un profumo di pulito; le ragazze lo guardano moltissimo. Il suo nome è James. A me non interessa che le compagne guardino lui, perché ho già la ragazza, ma i miei amici si stanno parecchio infastidendo.

 

Suona il campanello e dobbiamo entrare in aula. Il ragazzo nuovo fa un grave errore, si siede vicino a Sara, la ragazza più bella della scuola, che il mio amico Rocco vuole da un po’ di tempo conquistare. Cerco di calmarlo, perché sta impazzendo, quando il maestro mi chiama: «Nicolò, smettila di parlare, anzi spostati e siediti da solo…». «Ma mi scusi, non ho fatto niente», provo a rispondere. «Vai e basta!» ribatte l’insegnante con un tono deciso. Allora mi alzo e mi sposto, a dire il vero poco convinto.

 

Adesso siamo messi proprio male. Rocco, seduto da solo, osserva sempre più preoccupato il nuovo arrivato che se la spassa allegramente con Sara. Per fortuna finisce la lezione. Nella lezione seguente James si siede accanto a me. Noto subito che è un ragazzo molto simpatico e gentile. Socializziamo in fretta. Intanto indago e gli chiedo se gli piace Sara. Lui, naturalmente, risponde di sì. Finisce anche l’ultima lezione mattutina e lui m’invita a casa sua.

 

Naturalmente accetto l’invito. Mentre ci rechiamo a casa sua, mi accorgo che vive in un quartiere piuttosto povero, ma non m’interessa. Stiamo giocando alla Play-station, quando James riceve una chiamata. È Sara che gli dice che lo vuole incontrare. Vedo un sorriso pazzesco stamparsi sul suo volto e capisco subito quello che succede. Forse faccio uno sbaglio, messaggio a Rocco, che è pur sempre un grande amico, quello che ho visto. Lui non mi risponde, ma so che ha visualizzato. Pochi minuti dopo qualcuno bussa alla porta. James pensa che sia Sara, ma non è così. Appena apre la porta, sento un botto. Rocco, con un tira-pugni di ferro, stende James e lo insulta, dicendogli: «Stupido negro, come ti permetti! Ladro che non sei altro! Torna da dove sei venuto!»

 

Allora provo a fermarlo, ma colpisce anche me, non so se involontariamente. Rocco continua a colpire, rischiando seriamente di fare molto male a James. Poi si sente un urlo, è Sara, appena arrivata anche lei. Solo a questo punto Rocco arresta la sua furia. Io intanto svengo. Mi risveglio all’ospedale, sono in stanza con James, che sembra piuttosto malconcio. Qualche ora dopo arriva anche Rocco, pentito per quello che ha fatto, anche se non sembra troppo sofferente. Se io vorrei istintivamente cacciarlo via, James si mostra subito pronto a perdonarlo.

 

Due settimane dopo, Rocco, James ed io siamo diventati grandi amici. A scuola tutti ci chiamano il «Trio dei Boss». Rocco ha trovato un’altra ragazza e ha smesso di disprezzare le persone di colore, perché ha capito che l’importante non è il colore della pelle, ma il carattere e l’animo. Però, se non ci fosse stato il perdono di James, Rocco sarebbe probabilmente rimasto quello di prima.

Nicolò – 4D